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Romania
Romania sotto lo scudo anti-missile
pubblicato nell' edizione 415 pagina 1 il 2010-02-08
Il presidente romeno Traian Basescu ha annunciato la settimana scorsa la decisione del Consiglio Supremo di Difesa del Paese (CSAT), di approvare la partecipazione della Romania al sistema di difesa antimissilistico progettato dall’amministrazione americana, rispondendo in questo modo all’invito lanciato dal presidente americano Barack Obama. Il sistema diventerà operativo sul territorio del nostro paese dall’inizio del 2015.
Il messaggio del presidente americano è stato trasmesso a Bucarest da Ellen Taucher, sottosegretario di stato per il controllo degli armamenti, venuto in Romania a capo di una squadra di esperti americani.
“Il nuovo sistema non è indirizzato contro la Russia, bensì contro altre minacce”, ha tenuto a sottolineare il capo dello Stato. La decisione, che significa il collocamento in Romania di alcuni intercettori terrestri antimissile, dovrà essere ratificata dal Parlamento.
A dispetto dell’abbandono del progetto da parte di Bush che “congelava le divisioni in Europa”, la nuova amministrazione americana “riprenderà l’iniziativa nella regione e al di fuori” sul piano politico.
“La vecchia collocazione del sistema copriva solo una piccola parte dell’ovest della Romania. La nuova collocazione del sistema copre invece l’intero territorio. La Romania non era equippaggiata fino adesso contro eventuali attacchi missilistici”, ha dichiarato Basescu.
“Lo sviluppo graduale – parte del sistema di difesa antimissile in Europa, di cui fa parte anche la Romania, concorda con le decisioni adottate al Summit NATO di Bucarest, ma anche a quello di Kehl, occasioni in cui sono stati ricordati i principi dell’indivisibilità della sicurezza e della solidarietà degli alleati - ha precisato Traian Basescu -. Il sistema diventerà operativo sul territorio del nostro paese dall’inizio del 2015. Nel prossimo periodo saranno avviati negoziati bilaterali per firmare gli accordi necessari che dovranno essere poi ratificati dal Parlamento della Romania”.
Il premier Emil Boc ha dichiarato a sua volta che la collocazione dello scudo antimissile “significa garantire la stabilità della democrazia in Romania per un lungo periodo di tempo d’ora in poi. I costi sono minimi, i benefici sono massimi”.
“La collocazione dello scudo antimissile sul nostro territorio mantiene la sicurezza nazionale e assicura la difesa contro i missili a medio raggio d’azione, nelle condizioni dell’immediata vicinanza con la zona agitata del Medio Oriente”, ha dichiarato per HotNews.ro il generale Mihail Ionescu, direttore dell’Istituto per Studi Politici di Difesa e Storia Militare.
L’ex-presidente del paese ed attuale presidente omorario del principale partito d’opposizione (PSD), Ion Iliescu, crede che “è molto probabile” che il Parlamento solleciti l’organizzazione di un referendum nazionale sulla collocazione dello scudo antimissile sul territorio della Romania. Iliescu ha precisato che “in ogni caso, l’impegno assunto dal nostro paese di ospitare la collocazione dello scudo antimissile, deve necessariamente essere approvato dal Parlamento. Forse solo allora, durante il dibattito parlamentare, sarà sollecitata anche l’organizzazione di un referendum nazionale a proposito di questo problema”, ha affermato.
Iliescu ha aggiunto che i cechi e i polacchi “hanno deciso di assumersi un tale impegno solo in seguito ad una profonda analisi delle conseguenze.
Mosca aspetta
spiegazioni
“Mosca spera che la parte americana spieghi anche alla Russia i suoi progetti legati alla collocazione dello scudo antimissile in Romania”, ha dichiarato il Ministro degli Affari Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall’Agenzia Interfax. “Partiamo dall’idea che ci sia un accordo – l’accordo tra i due presidenti – che ha cominciato a prendere vita, cosicché il primo passo possa essere quello di analizzare insieme le minacce e i rischi di tali attacchi con i missili”, ha precisato Lavrov, in una conferenza stampa a Berlino. Il capo della diplomazia russa ha aggiunto che la Russia aspetta che, “nel contesto di questo dialogo con i partener americani, ci venga offerta una spiegazione dettagliata di tutti gli aspetti non ancora molto chiari”.
NATO: per la Russia è una minaccia
Il Presidente Russo, Dmitry Medvedev, poco prima di partire per Monaco di Baviera, per la 46esima Conferenza sulla Sicurezza della NATO, ha approvato la nuova dottrina militare Russa in cui proprio la North Atlantic Treaty Organization viene descritta come “una delle maggiori minacce provenienti dall’esterno”.
In particolare, l’installazione di missili ‘Patriot’ in Polonia e la promessa di adesione all’Alleanza Nord Atlantica da parte della Georgia e dell’Ucraina, che Mosca considera ancora parte della sua sfera di influenza, sono interpretati da quest’ultima come segnali di ”espansione” dell’Organizzazione dei ‘caschi blu’ nei Paesi del vecchio Patto di Varsavia. Questa è una minaccia e compromette gli sforzi tesi a migliorare i rapporti NATO-Russia.
Secondo il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, la nuova dottrina russa “non riflette la realtà… la NATO non è un nemico della Russia… ed è in contraddizione con tutti i nostri sforzi di migliorare le relazioni tra NATO e Russia”. Per Rasmussen, al contrario, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico è stata fiera di sviluppare un partenariato con Mosca e di estendere la cooperazione in Afghanistan, dove entrambi condividono le stesse preoccupazioni in tema di sicurezza.
Iran, Ahmadinejad: al via produzione di uranio arricchito
Il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha detto all’Agenzia per l’Energia Atomica iraniana di iniziare la lavorazione per la produzione di combustibile nucleare per un reattore di ricerca a Tehran, provocando nuovi dubbi sulla prospettiva di un accordo internazionale di scambio. L’annuncio di Ahmadinejad sembra destinato a irritare le potenze occidentali che vogliono che l’Iran mandi la maggior parte delle sue scorte di uranio a basso arricchimento (Leu) all’estero, in cambio di combustibile più raffinato per il reattore di Tehran. Funzionari iraniani hanno detto ripetutamente che la Repubblica Islamica può produrre da solo il 20% del combustibile arricchito se non ci sono accordi sull’ottenere il materiale dall’estero.
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