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Il ritorno di Mihaileanu con... un ‘Concerto’ contro il razzismo

pubblicato nell' edizione 415 pagina 8 il 2010-02-08

Roma - “Melodramma? Forse, sì. Per me è importante esprimere le proprie emozioni, senza vergogna. Nella felicità e nella tragedia, fondamentale è dare e ricevere emozioni: il cinema che amo riproduce la vita, esaltandola”. Così il regista romeno Radu Mihaileanu, che dopo l’anteprima al Festival di Roma porta in sala l’acclamato ‘Il concerto’, da venerdì 5 febbraio, informa adnkronos.com.

Sotto il governo di Breznev, il direttore dell’orchestra del Bolshoi, Andrei Filipov, era all’apice del successo, ma il rifiuto di allontanare i musicisti ebrei gli costò l’allontanamento. Dopo la caduta del blocco sovietico, il 50enne Andrei continua a lavorare per il teatro ma da custode: l’occasione del riscatto giunge via fax, con l’invito all’orchestra a tenere un concerto allo Chatelet di Parigi. Andrei non ci pensa due volte: convoca tutti i suoi vecchi compagni musicisti e decide di presentarsi a Parigi al posto della vera Orchestra del Bolshoi per rivivere i fasti del passato.

“In Francia si è molto pudichi per l’emozione, ma io vengo dall’Est, ho anima e temperamento slavo. A Oriente si ha la tendenza ad andare verso gli estremi: se politicamente non ha avuto esiti felici, viceversa, culturalmente questo osare e andare oltre si è rivelato straordinario. All’inizio della mia carriera, mi sono interrogato sull’atteggiamento che avrei dovuto tenere: ho deciso di non reprimermi, di essere anche al cinema il cavallo selvaggio che sono”, dice il regista di ‘Train de vie’ e ‘Vai e vivrai’, che sta attualmente lavorando alla sceneggiatura del nuovo film, ‘La source des femmes’, sulla condizione femminile nei paesi islamici.

Ebreo romeno trapiantato in Francia, Mihaileanu tiene a fare una distinzione rispetto ai russi che inquadra nel film ‘Il concerto’: “Come altri, anche per me una cosa è la cultura e il popolo russo, un’altra il regime sovietico. Inoltre, ho sempre avuto un rapporto molto forte col cinema russo: considero Tarkovsky tra i quattro, cinque migliori registi della storia del cinema”. “Ma - prosegue il cineasta - qui non faccio professione di anticomunismo, piuttosto mi scaglio contro tutte le forme di potere, sia di destra che di sinistra, che hanno messo in ginocchio gli individui. Quella piccola impostura che è il leitmotiv del mio cinema nasce dalla volontà di reazione: rimettersi in piedi e ritrovare il proprio destino”.

Citando Lubitsch, Chaplin e Wilder quali riferimenti, anche per un vissuto di migrazione simile al suo, Mihaileanu definisce “la musica l’arte più vicina all’energia universale. Anche se non suoni alcuno strumento e non hai orecchio, credo ognuno abbia la musica dentro di sé” e della sua “orda barbarica” che cala su Parigi dice: “Questi barbari dell’Est hanno un’energia spirituale e vitale che manca all’Occidente, che oggi rischia di morire per la sua stessa ricchezza”. Da ultimo, Mihaileanu rivolge lo sguardo sull’Italia: “C’è un grave problema di incomprensione politica e l’Italia cacciando gli zingari ha violato il patto di Schengen. I gitani sono un popolo geniale, diverso e quindi perseguitato: li sento molto vicini, come gli ebrei hanno vissuto la segregazione nei campi e lo sterminio. Li sosterrò sempre e non dirò mai: ‘uno zingaro ha ucciso o rubato, ma un individuo ha ucciso e rubato’. Vengo da un paese dell’est e sono cresciuto con gli zingari: anche per questo, sono attento a ciò che succede ai rom in Italia. La mafia esiste in tanti Paesi, ma nessuno pensa che ci siano popoli interamente mafiosi: così vale per gli zingari”.

di Matei Harnagea