La nuova alleanza romeno-ungherese

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Viktor Orban non molla. Dopo aver perso la sfida del referendum sui migranti per via dell’assenteismo elettorale, adesso ci riprova con lettere inviate a tutti i cittadini. Si tratta di un questionario con sei domande. Il governo Orban spera così di raccogliere moltissime risposte favorevoli alla sua linea politica. E continuare così a sfidare l’Unione Europea. Dopo il referendum fallito, il premier ungherese cerca una nuova legittimità popolare per approfittare al più presto di una crisi europea che forse sta per finire. Orban usa ancora una volta la retorica della “dignità” nazionale contro il “diktat” di Bruxelles. Ma la sua guerra non è solo contro chi cerca d’imporre anche agli stati dell’Est le quote di migranti o di impedire stretti legami economici con la Russia di Putin. Per lui, più pericoloso è George Soros, il miliardario progressista che lotta contro le società “chiuse”. Ma Soros non è visto come un nemico solo da Orban. Anche in Romania è diventato un caso politico. Chi si aspettava che un governo di destra ungherese e uno di sinistra romeno diventassero così convergenti? Anche Liviu Dragnea e altri socialdemocratici hanno loro demonizzato Soros. Victor Ponta prepara un progetto di legge per copiare le iniziative di questo genere dell’attuale potere ungherese. Si tratta di un ebreo, di un ricchissimo speculatore, di un progressista. Un ideale capro espiatorio per chi cerca di sfruttare con cinismo le frustrazioni popolari. I romeni però amano di più l’Unione Europea perché nell’ultimo decennio molte cose sono migliorate. Perciò chiunque sia al potere a Bucarest non può permettersi di offendere così facilmente la politica di Bruxelles come succede a Budapest. Si può invece offendere senza scrupoli il lato “cattivo” del capitalismo o la crisi “morale” dell’Occidente. Anche se recenti rivelazioni della stampa parlano di affari meno conosciuti del ricco leader dei socialdemocratici. Ma Liviu Dragnea è forse un capitalista più “onesto” di George Soros? In ogni caso è meno progressista del miliardario. Lui sta dalla parte della Chiesa nella sua guerra culturale contro i costumi della postmodernità.

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