Aspettando i nuovi profeti dell’Europa

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L’Unione Europea spera ancora di evitare il divorzio dopo sessant’anni di matrimonio. All’inizio c’è stata la paura. Metà del continente faceva già parte dell’universo comunista. E l’Unione Sovietica desiderava anche l’altra parte. L’OTAN non bastava per proteggersi, serviva anche un’unità economica. C’erano da curare anche le ferite della guerra, che aveva diviso dolorosamente popoli devastati dall’odio, nonostante tanti valori comuni. Ma l’Europa cercò di essere più sociale dell’America dal capitalismo senza freni e più liberale del socialismo d’ispirazione sovietica. La cortina di ferro è finalmente caduta e l’entusiasmo dei popoli dell’Est per la civiltà occidentale ha ingrandito in pochi anni l’Unione. Oggi quasi tutto il continente è unito. Ma il futuro resta incerto. Il primo rischio è il contagio dell’autoritarismo. Più che un pericolo militare, la Russia di Vladimir Putin è un pericolo ideologico. Non pochi leader europei guardano al presidente russo come a un esempio da seguire. Finora solo in certi paesi dell’Est sono riusciti a conquistare il potere, ma la vera sconfitta dell’Unione comincerà quando avranno successo anche più a Ovest. Un altro rischio è la prevalenza di una mentalità da “città assediata”. Rifiutare indiscriminatamente i flussi migratori può diventare fatale per una comunità talmente dinamica come quella europea. Ma certamente si può fare di più per sentirci tutti più protetti. Senza le ambiguità politiche di oggi. Serve anche un’identità europea più forte, ma non sarà facile trovare una strada migliore di quella su cui si cammina oggi. Bisogna identificare certi valori comuni e prioritari, da promuovere con più efficacia. Non possiamo intenderci su tutto. Da dove spunteranno i nuovi profeti che daranno nuova spinta al progetto europeo? Quello che conta è non aspettare… Godot.

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