Silvio Dragnea

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Dragnea non ha la forza di Trump. O non ancora. Finora ha dovuto fare più passi indietro. Ma certamente aspetta la sua rivincita. Per non rischiare la galera, se sarà nuovamente condannato, ha bisogno di più fermezza da parte del governo. Se adesso il premier fosse stato lui, probabilmente non avrebbe mollato. Ma adesso anche lui un po’ imbarazzato di fronte alle troppe reazioni critiche della gente. Cominciando dal presidente, il solo ancora capace di contrastarlo. E chissà quanto resisterà il premier Grindeanu dopo le esitazioni di questi giorni. Ma Liviu Dragnea non può essere fermato finché dirigerà il partito. Una rivolta interna non è però del tutto esclusa, se il suo piano rischierà di compromettere troppo presto la recente vittoria elettorale dei socialdemocratici. E Dragnea non è Iliescu, che non aveva esitato a chiamare i minatori per terrorizzare i manifestanti di Bucarest. E men che meno Ceausescu, che ordinò la repressione armata. L’attuale potere non potrà resistere a lungo se le proteste continueranno e si amplificheranno. La retorica dei socialdemocratici comincia a somigliare a quella della destra italiana ai tempi di Berlusconi. Si parla di un accanimento dei giudici. Si parla di complotti e di alleanze occulte. Si parla di garantismo negato. Dragnea somiglia a Berlusconi per il sospetto che certe leggi siano concepite per proteggerlo. E anche perché la sua forza dipende dai canali televisivi, proprietà di persone che hanno problemi seri con la Giustizia. Ma al di là degli interessi dei partiti, la stampa romena è in crisi. Non solo sono pochi gli esempi di buon giornalismo investigativo, ma troppi commentatori politici sembrano più corrotti dei politici stessi. E se in altri paesi anche i governi sono preoccupati dell’influenza negativa delle troppe informazioni false, in Romania questa rischia di diventare una politica di stato. Dire bugie non è spesso un reato, ma dovrebbe diventare anche da noi una colpa politica.

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