Il dilemma di Dragnea

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Liviu Dragnea non sarà il futuro premier. O almeno non ancora. Perché dopo aver stravinto le elezioni, i socialdemocratici possono cambiare la legge che adesso impedisce al loro presidente di dirigere il governo. Ma per questo serve un po’ di tempo. E d’altronde non sarebbe una mossa politica troppo saggia, specialmente se le previsibili pressioni per controllare di nuovo in modo occulto il sistema giudiziario non saranno bene accolte neanche da molti dei suoi elettori. I socialdemocratici fanno da anni fatica a dimostrare che non sono un partito di corrotti o almeno non più degli altri, ma il numero delle condanne rende poco convincenti questi sforzi. È anche vero che gli elettori sapevano tutto questo e hanno preferito puntare su un partito guidato da un politico condannato proprio per frode elettorale. Un partito che voleva a  tutti i costi sbarazzarsi dell’allora presidente Traian Basescu. Nessuno dei capi di quella rivolta, Victor Ponta e Crin Antonescu, è riuscito ad ottenere la carica presidenziale. Ma se la sconfitta elettorale del premier Ponta ha spinto Liviu Dragnea a prendere il suo posto come capo del partito, la sua risolutezza al tempo del referendum contro Basescu limita oggi il suo potere. Con Ponta presidente, per Dragnea tutto sarebbe stato più facile. Inevitabilmente il futuro premier diventerà, prima o poi, un punto di riferimento nel partito e, allo stesso tempo, un’alternativa al suo attuale presidente. Se non vuole perdere del tutto il suo potere, Liviu Dragnea deve puntare su un premier piuttosto debole. Ma in questo caso il governo potrebbe deludere troppo presto e i socialdemocratici rischiano di restare tra un anno o due con una maggioranza parlamentare ma con la loro attuale popolarità in frantumi. Il dilemma di Dragnea rende la sua vittoria molto amara. Ma tutto questo non impedirà al partito di tentare a tutti i costi di ritrovare il potere di una volta.

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