Un’epoca reazionaria

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La vittoria elettorale di Donald Trump riguarda tutti noi. Nei nostri paesi sono in corso svolte politiche e nuovi governi prendono il posto di quelli di prima. Conta davvero chi vince le elezioni anche in questi casi, ma non è la stessa cosa. Le decisioni prese a Washington sono molto più importanti di quelle di Renzi o Ciolos. Le nomine del futuro governo di Trump devono perciò inquietarci. Militari determinati come il generale James Mattis, “cane arrabbiato”, che il nuovo presidente americano paragona a George Smith Patton, eroe della seconda guerra mondiale, ma molto controverso per la sua crudeltà. O paperoni come Andrew Puzder, “re dei fast-food”, nominato ministro del Lavoro. Una svolta reazionaria, indiscutibilmente. Che forse cambierà in qualche anno la faccia del mondo. Ma inquietante è anche il futuro dei rapporti con Mosca. Adesso anche la CIA crede che la cyber-guerriglia russa abbia dato una mano alla vittoria del candidato repubblicano. Ma leader “amici” di Putin sorgono dappertutto. E probabilmente anche in Francia, se Francois Fillon riuscirà a vincere come previsto, o in Germania, dove Angela Merkel rischia di pagare il conto della sua politica sull’immigrazione. Anche il servizio segreto BfV parla di una campagna di cyber-spionaggio contro la Germania e punta il dito contro la Russia. Allo stesso tempo, tanti partiti europei guardano con ammirazione o interesse a Vladimir Putin, nuovo idolo di euroscettici, antiliberali o seguaci di un nuovo autoritarismo. Trump e Putin possono davvero spartirsi di nuovo il mondo, insofferenti alle speranze di tantissima gente. E non basterà dire che “non è il mio presidente”, perché gli effetti delle sue scelte possono diventare più devastanti di quanto si teme adesso. Per difendere i valori contro cui si muove oggi Trump bisognerà fare uno sforzo più complesso, altrimenti questa direzione reazionaria ci renderà la vita molto più dura di quanto siamo abituati.

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