La dolce Babele musicale

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Renato Borghetti è nato a Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul, la regione brasiliana al confine tra l’Argentina e l’Uruguay. Ma il suo bisnonno veniva da Goito, un paese del mantovano, e probabilmente la fisarmonica è uno strumento che portarono con loro proprio gli immigranti italiani. Quella preferita dal “re della fisarmonica brasiliana” si chiama gaita ponto, specifica della tradizione gaúcha – così come lo sono anche i suoi pantaloni bombachas. I brani del suo ultimo disco, “Gaita na Fábrica”, li ha cantati anche a Cluj, dove è venuto per la seconda volta al “Transilvania Jazz Festival”. Aperta anche all`influenza del jazz, la sua musica folk si muove con grande versatilità tra diverse tradizioni. Forse è proprio questa complessità di sfumature che spiega il suo grande successo in Austria, che nel suo passato imperiale cercò un certo equilibrio tra diversi popoli e culture. Così era nata la Mitteleuropa, il cui fascino non è del tutto sparito neanche nella Transilvania di oggi. È la lezione di un dialogo culturale da riscoprire, anche per sorpassare i nazionalismi sterili. Se un secolo fa Béla Bartók si preoccupava della musica tradizionale romena, oggi non mancano nuovi tentativi di armonizzare culture musicali che spesso si ignorano. Allo stesso festival di Cluj, Teodora Enache ha cantato con gli ungheresi del “Piano Duo”. E non sono mancati gli italiani. Alessandro Rossi alla batteria, Massimiliano Milesi al sax tenore, Massimo Imperatore alla chitarra e Andrea Lombardini al basso elettrico: un jazz più vicino al rock, sperimentale, “rauco”, avvolte travagliato. Se Renato Borghetti punta piuttosto alla dolce musicalità del folk, l’Alessandro Rossi Quartet preferisce il caos armonico del jazz. In ogni caso, la musica resta la Babele più facilmente amata: spesso basta così poco per conquistarci.

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