La ballata del plagio

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Fu l’ex presidente Basescu il primo a prenderlo in giro chiamandolo, in italiano, “dottore”. Sono passati degli anni prima che Victor Ponta perdesse questo titolo accademico non meritato. Eppure ancora gli manca la vergogna. In altri paesi, dopo simili accuse di plagio, il colpevole lascia per sempre la politica. Non in Romania. Il padrino politico di Ponta è stato Adrian Nastase, che ha svolto anche il ruolo di coordinatore del suo dottorato. Non ha esitato dunque a chiudere gli occhi di fronte al plagio del suo allievo. Il plagio è qui un serio affare politico. Se in paesi come la Francia ci sono istituzioni accademiche di prestigio che preparano i politici di spicco, in Romania i politici pensano al titolo di dottore solo dopo che giungono al potere. Sembra che l’esempio dell’analfabeta Elena Ceausescu, con la vanità di essere riconosciuta come grande scienziata, sia ancora vivo. Il plagio dei politici dimostra la loro scarsa legittimità. Vogliono mostrarsi più seri di quanto non siano: la verità è che non hanno grandi competenze al di la del populismo e del clientelismo. Ma ancora più preoccupante è la corruzione dei docenti, disposti a tollerare la diffusione di una pratica così nociva. Il problema è dunque non solo politico, ma anche pedagogico. È troppo facile oggi fare un dottorato di ricerca. La maggior parte di queste tesi non serve in nessun modo al progresso delle scienze, serve solo alla scalata sociale dei loro autori. E spesso questa scalata avviene fuori dal mondo accademico, dunque senza dimostrare competenze concrete per il lavoro da svolgere. In questo modo il dottorato diventa una buona scusa per assumere un “amico” al posto giusto. Un intellettuale vero non è per forza un politico migliore di chi non è capace di ottenere un dottorato. Ma nell’Europa di oggi, tra quelli con vere qualità di politici sarà proprio un dottorato vero a fare la differenza che conta.

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